Storia - lettura graduata

La storia della mafia in Italia

Come è nata la mafia, perché non ha mai difeso i contadini, quante mafie esistono e che cosa pensano davvero gli italiani.

Limoni, registri e vecchie stampe della Sicilia dell'Ottocento
La mafia nasce nella Sicilia dell'Ottocento, fra terre, limoni e uno Stato lontano.
A1

La storia della mafia in Italia - livello A1

Presente

La mafia nasce in Sicilia, nell’Ottocento. Lo Stato italiano è lontano e debole. Alcuni uomini vendono «protezione» ai proprietari della terra. La parola «mafia» entra in un documento dello Stato il 25 aprile 1865.

La mafia non nasce per aiutare i poveri. Nasce dove ci sono i soldi. In Sicilia i soldi sono i limoni: un campo di limoni rende circa 60 volte la media dell’isola.

Nel 1876 Leopoldo Franchetti scrive una frase importante: la mafia vende protezione contro un pericolo che crea lei stessa.

La mafia uccide anche i contadini. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, muoiono 11 persone. Il 10 marzo 1948 la mafia uccide il sindacalista Placido Rizzotto.

In Italia ci sono quattro mafie: la camorra a Napoli (la più vecchia, del 1735), Cosa Nostra in Sicilia, la ’ndrangheta in Calabria (oggi la più forte) e la Sacra Corona Unita in Puglia (del 1983).

La ’ndrangheta lavora in più di 30 paesi. Nel maggio 2023 la polizia di 8 paesi europei arresta più di 100 persone e trova 3 tonnellate di cocaina.

Molti italiani pensano che la mafia sia un problema grave: 50 persone su 100. Non è vero che gli italiani pensano che la mafia sia buona.

Anche lo Stato risponde. Nel grande processo di Palermo (1986-1987) ci sono 475 imputati e 346 condanne. Oggi 1.132 gruppi di cittadini usano le case e le terre tolte alla mafia.

Parole utili

protezione, proprietario, contadino, processo, condanna

Domande

  1. Dove e quando nasce la mafia?
  2. Che cosa succede il 1° maggio 1947?
  3. Quante mafie ci sono in Italia?
A2

La storia della mafia in Italia - livello A2

Passato prossimo

La mafia è nata in Sicilia nell’Ottocento, in una terra dove lo Stato arrivava poco. Molti proprietari vivevano lontano dai loro campi e pagavano uomini armati per controllarli. Il 25 aprile 1865 la parola «mafia» è entrata per la prima volta in un documento ufficiale: una relazione del prefetto di Palermo.

La mafia non è nata per difendere i poveri, ma dove il guadagno era più alto. Uno studio del 2017 ha analizzato 143 comuni siciliani e ha trovato la mafia soprattutto nelle zone dei limoni, che rendevano circa 60 volte la media dell’isola.

Già nel 1876 Leopoldo Franchetti aveva capito il meccanismo: la mafia vendeva protezione contro un pericolo che produceva lei stessa. Non era un servizio, era un mercato.

Contro chi ha usato la violenza? Anche contro i contadini. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, sono morte 11 persone e 27 sono rimaste ferite. Il 10 marzo 1948 la mafia ha ucciso il sindacalista Placido Rizzotto.

Oggi le mafie italiane sono quattro: la camorra di Napoli, la più antica (un documento del 1735 la nomina già), Cosa Nostra in Sicilia, la ’ndrangheta in Calabria, che è la più potente, e la Sacra Corona Unita, nata in Puglia nel 1983 dentro il carcere di Bari.

Le mafie non sono rimaste in Italia. La ’ndrangheta lavora in più di 30 paesi. Nel maggio 2023 un’operazione in 8 paesi europei ha portato a più di 100 arresti e al sequestro di 3 tonnellate di cocaina.

E gli italiani? Un sondaggio del 2026 dice che il 50 per cento considera le mafie fra i problemi più urgenti del paese, e il 73 per cento pensa che oggi i mafiosi siano manager in giacca e cravatta. L’idea che la mafia sia «buona» non è l’opinione degli italiani.

Lo Stato ha risposto. Nel maxiprocesso di Palermo (1986-1987) ci sono stati 475 imputati e 346 condanne. Oggi 1.132 realtà sociali gestiscono i beni confiscati alle mafie.

Parole utili

guadagno, violenza, potente, sondaggio, sequestro

Domande

  1. Perché la mafia è nata proprio nelle zone dei limoni?
  2. Chi era Placido Rizzotto?
  3. Che cosa pensa il 73 per cento degli italiani dei mafiosi di oggi?
B1

La storia della mafia in Italia - livello B1

Spiegare cause

La mafia nasce nella Sicilia dell’Ottocento, in un momento preciso: quando il feudalesimo finisce, la terra cambia padrone e nessuno garantisce i contratti. Chi possiede un campo vive spesso in città, e chi lo custodisce con la forza diventa indispensabile. La parola arriva presto: il 25 aprile 1865 il prefetto di Palermo scrive «maffia» in una relazione al ministero.

Non nasce dove c’è più povertà, ma dove c’è più denaro da proteggere. Uno studio pubblicato nel 2017 ha incrociato i dati di un’inchiesta parlamentare del 1881-1886 su 143 comuni siciliani: la mafia era più forte nelle zone dei limoni, una coltura che rendeva circa 60 volte la media dell’isola.

Il meccanismo lo aveva già descritto Leopoldo Franchetti nel 1876: la mafia è un’industria della violenza, cioè vende protezione contro un pericolo che crea lei stessa. Chi paga non compra sicurezza, compra il diritto di non essere colpito.

Per questo l’idea di una mafia che difendeva i contadini non regge. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, undici persone che festeggiavano il Primo Maggio sono state uccise e ventisette ferite; il 10 marzo 1948 il sindacalista Placido Rizzotto è stato rapito e ammazzato a Corleone. Le vittime stavano dalla parte dei braccianti, non dei proprietari.

In Italia non esiste una mafia sola, ma quattro organizzazioni diverse: la camorra napoletana, la più antica, già citata in un documento del 1735; Cosa Nostra in Sicilia; la ’ndrangheta calabrese, oggi la più ricca e la più difficile da colpire perché è fatta di famiglie di sangue; la Sacra Corona Unita, fondata in Puglia nel 1983 nel carcere di Bari.

Le mafie hanno seguito i traffici fuori dai confini. La ’ndrangheta è presente in più di trenta paesi e controlla una parte importante della cocaina che entra in Europa: nel maggio 2023 un’operazione condotta in otto paesi europei si è chiusa con oltre cento arresti e tre tonnellate di cocaina sequestrate.

Che cosa pensano gli italiani? Nel 2026 il 50 per cento indicava le mafie fra i problemi più urgenti del paese e il 73 per cento era d’accordo sul fatto che i mafiosi di oggi non sono contadini, ma uomini d’affari. Un altro sondaggio mostra che l’83 per cento ritiene che la politica abbia favorito le mafie: la sfiducia riguarda lo Stato, non l’ammirazione per i clan.

E lo Stato ha ottenuto risultati concreti. Il maxiprocesso di Palermo, aperto il 10 febbraio 1986, si è chiuso il 16 dicembre 1987 con 475 imputati, 346 condanne e 19 ergastoli. Oggi 1.132 realtà sociali gestiscono terreni, case e aziende confiscati alle mafie.

Parole utili

garantire, coltura, bracciante, sfiducia, confiscato

Domande

  1. Che cosa cambia in Sicilia quando finisce il feudalesimo?
  2. Perché si dice che chi paga il pizzo non compra sicurezza?
  3. Perché la ’ndrangheta è considerata la più difficile da colpire?
B2

La storia della mafia in Italia - livello B2

Leggere dati e fonti

La mafia non compare all’improvviso: si forma nella Sicilia dell’Ottocento, quando la fine del regime feudale rimette in circolazione la terra senza che esista un’amministrazione capace di far rispettare i contratti. In quel vuoto si inserisce chi dispone di uomini e di armi. La prima attestazione ufficiale del termine è del 25 aprile 1865, in una relazione riservata del prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio; due anni prima la commedia I mafiusi di la Vicaria aveva già portato la parola sui palcoscenici.

La geografia del fenomeno smentisce l’idea di una reazione alla miseria. Uno studio del 2017 basato sull’inchiesta parlamentare Damiani (1881-1886) ha esaminato 143 comuni siciliani e ha misurato una presenza mafiosa netta in 51 di essi, concentrata nelle aree agrumicole: il limone rendeva circa sessanta volte il profitto medio per ettaro dell’isola. Dove il raccolto valeva molto ed era facile da rovinare, la protezione privata diventava un affare.

Leopoldo Franchetti, che visitò l’isola nel 1876, definì la mafia un’industria della violenza: un’impresa che vende sicurezza contro una minaccia di cui è essa stessa la fonte. È una definizione che spiega perché il rapporto con il cliente non sia mai volontario fino in fondo.

L’immagine del mafioso che protegge i deboli si scontra con i fatti del dopoguerra. Il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra il fuoco aperto sulla folla riunita per la festa del lavoro lasciò 11 morti e 27 feriti, pochi giorni dopo l’affermazione elettorale della sinistra in Sicilia; il 10 marzo 1948 il sindacalista Placido Rizzotto fu rapito e ucciso a Corleone. Chi guidava le lotte per la terra veniva eliminato, non difeso.

Parlare di «mafia» al singolare è impreciso. La camorra napoletana è la più antica e compare già in una prammatica del 1735; Cosa Nostra siciliana si organizza per famiglie territoriali; la ’ndrangheta calabrese, fondata sui legami di sangue, è oggi la più solida sul piano economico proprio perché il parentado rende rari i collaboratori di giustizia; la Sacra Corona Unita nasce invece il 1° maggio 1983 nel carcere di Bari, per iniziativa di Giuseppe Rogoli, con lo scopo di tenere fuori dalla Puglia le altre organizzazioni.

L’espansione all’estero segue le rotte della droga e dell’emigrazione. La ’ndrangheta opera in più di trenta paesi e nel maggio 2023 l’operazione Eureka, coordinata in otto stati europei, si è conclusa con oltre cento arresti in Italia e il sequestro di tre tonnellate di cocaina; la relazione della Direzione investigativa antimafia del 2024 conta almeno 48 «locali» calabresi nel Centro-Nord del paese.

Sul piano dell’opinione pubblica i numeri raccontano una storia diversa dallo stereotipo. Nel 2026 il 50 per cento degli italiani collocava le mafie fra i problemi più urgenti, il 70 per cento riconosceva che ormai riguardano anche il Centro-Nord e l’Europa e il 73 per cento le associava a manager in giacca e cravatta più che a campieri analfabeti. Il risentimento esiste, ma è rivolto alle istituzioni: l’83 per cento degli intervistati da un’altra ricerca riteneva che la politica nazionale avesse favorito le organizzazioni criminali.

La risposta dello Stato è misurabile. Il maxiprocesso di Palermo, celebrato in un’aula bunker costruita in sei mesi, si aprì il 10 febbraio 1986 con 475 imputati e si chiuse il 16 dicembre 1987 con 346 condanne, 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere, confermati dalla Cassazione il 30 gennaio 1992. Oggi 1.132 realtà sociali gestiscono in tutta Italia i beni confiscati.

Parole utili

attestazione, agrumicolo, prammatica, parentado, risentimento

Domande

  1. In che modo la geografia degli agrumi smentisce l’idea della mafia come reazione alla miseria?
  2. Perché i legami di sangue rendono la ’ndrangheta più solida?
  3. Verso chi è diretto il risentimento che emerge dai sondaggi?
C1

La storia della mafia in Italia - livello C1

Analisi storica

Considerare la mafia una sopravvivenza arcaica è l’errore più diffuso. Essa emerge nella Sicilia ottocentesca proprio dove il vecchio ordine si dissolve: sciolto il vincolo feudale, la proprietà si frantuma e circola, ma manca un’amministrazione in grado di far valere i contratti. In quel dislivello fra mercato e istituzioni si installa un terzo attore armato. La certificazione lessicale arriva il 25 aprile 1865 con la relazione riservata del prefetto Gualterio, preceduta di due anni dal successo teatrale de I mafiusi di la Vicaria.

La distribuzione territoriale del fenomeno smentisce l’ipotesi della rivolta dei poveri. Rileggendo l’inchiesta Damiani del 1881-1886, uno studio del 2017 riscontra una presenza mafiosa marcata in 51 dei 143 comuni censiti, addensata nelle contrade agrumicole: un ettaro di limoni poteva rendere una sessantina di volte il profitto medio isolano. La mafia si radica dove il valore è alto, deperibile e facilmente ricattabile, non dove la fame è più acuta.

La formula di Leopoldo Franchetti, che nel 1876 parlò di industria della violenza, resta insuperata: l’organizzazione commercia una protezione la cui necessità è essa stessa a produrre. Il cliente non stipula un contratto, subisce una tariffa; e proprio per questo il consenso che circonda i clan va letto come adattamento, non come adesione.

Il mito del mafioso giustiziere cade davanti alla cronologia del dopoguerra. La strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947, costò undici vite e ventisette feriti fra chi celebrava la festa del lavoro, a pochi giorni dall’affermazione delle sinistre alle regionali siciliane; l’assassinio di Placido Rizzotto, il 10 marzo 1948, eliminò a Corleone un dirigente sindacale impegnato nell’occupazione delle terre incolte. Le vittime erano i braccianti, i mandanti stavano dalla parte dei proprietari.

Le quattro organizzazioni non condividono né cronologia né architettura. La camorra, attestata già in una prammatica del 1735 e strutturata nell’Ottocento come Bella Società Riformata, è urbana, plurale e mutevole; Cosa Nostra articola famiglie territoriali sotto un organismo di vertice; la ’ndrangheta fonda l’appartenenza sul vincolo parentale, il che ne riduce drasticamente la vulnerabilità ai collaboratori di giustizia e ne spiega l’attuale primato economico; la Sacra Corona Unita, battezzata il 1° maggio 1983 nel carcere di Bari da Giuseppe Rogoli, nasce come argine regionale all’espansione della camorra cutoliana e ha invece prodotto oltre duecento pentiti.

Il radicamento internazionale segue le rotte migratorie e poi quelle della cocaina. Presente in più di trenta paesi, la ’ndrangheta ha nel porto di Gioia Tauro e in quello di Anversa i propri snodi: nel maggio 2023 l’operazione Eureka, condotta in otto stati europei con propaggini in Brasile e in Australia, si è chiusa con oltre cento arresti e tre tonnellate di cocaina sequestrate, mentre la relazione della DIA del 2024 individua almeno quarantotto «locali» calabresi nelle regioni centrosettentrionali.

Quanto all’opinione pubblica, l’idea di un paese affezionato ai propri boss non trova conferma. Nel 2026 metà degli italiani annoverava le mafie fra le emergenze nazionali, il settanta per cento ne riconosceva la proiezione continentale e il settantatré per cento ne descriveva i quadri come dirigenti d’azienda. Ciò che alcune ricerche registrano è semmai una sfiducia verso le istituzioni — l’ottantatré per cento imputa alla politica un favore storico alle organizzazioni — e nei territori più sguarniti una dipendenza materiale dal welfare criminale: fenomeni che spiegano la tolleranza, non l’ammirazione.

La contromisura decisiva è stata giuridica prima che militare. Il reato di associazione di tipo mafioso, introdotto dalla legge Rognoni-La Torre nel 1982 dopo gli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa, ha reso aggredibili i patrimoni; su quella base il maxiprocesso di Palermo, aperto il 10 febbraio 1986 e concluso il 16 dicembre 1987, ha prodotto 346 condanne su 475 imputati, 19 ergastoli e 2.665 anni di reclusione, ratificati in Cassazione il 30 gennaio 1992. Oggi 1.132 realtà sociali amministrano i beni sottratti ai clan: la sanzione si è trasformata in restituzione.

Parole utili

dislivello, ricattabile, adesione, argine, sguarnito

Domande

  1. Perché l’autore sostiene che la mafia non è una sopravvivenza arcaica ma un effetto della modernizzazione?
  2. Che differenza c’è fra consenso come adattamento e consenso come adesione?
  3. In che senso la legge del 1982 ha cambiato la natura della lotta alla mafia?
APPROFONDIMENTO

Perché sembra che gli obiettivi iniziali fossero buoni

Protezione, mediazione e il prezzo nascosto

La mafia delle origini si presentava come un servizio: garantiva i raccolti, faceva rispettare i patti, recuperava il bestiame rubato, risolveva le liti senza tribunali. In una Sicilia dove un processo poteva durare anni e il carabiniere più vicino era a mezza giornata di mulo, tutto questo somigliava davvero a un’utilità pubblica.

Il punto è chi produceva il pericolo. Leopoldo Franchetti, nel 1876, osservò che gli stessi uomini che offrivano la protezione organizzavano i furti: il bestiame spariva e tornava, il raccolto veniva bruciato o risparmiato, e il prezzo del servizio cresceva con la paura. Chiamò questo meccanismo industria della violenza. Non è un fraintendimento del ruolo dello Stato: è la sua imitazione a pagamento, senza diritti e senza appello.

Il secondo indizio è economico. Se la mafia fosse nata per difendere i deboli, la troveremmo dove la miseria era peggiore. La troviamo invece nelle conche dei limoni intorno a Palermo, dove un ettaro rendeva circa sessanta volte la media siciliana e dove bastava tagliare l’acqua o gli alberi per rovinare un anno di lavoro.

Il terzo indizio è politico. Quando i contadini hanno provato a prendersi la terra, fra il 1944 e il 1948, la mafia non li ha protetti: ha ucciso i loro dirigenti. Il mito del galantuomo che difende i poveri contro i baroni è nato dopo, nei romanzi e nel cinema, e non nella documentazione storica.

Parole utili

patto, bestiame, appello, conca, galantuomo

Per parlare

  1. Spiega con parole tue perché una protezione può essere una truffa.
  2. Conosci nel tuo paese un caso simile di «servizio» imposto?
APPROFONDIMENTO

Quattro mafie, quattro storie diverse

Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Brindisi

La camorra è la più antica e la meno unitaria. Il nome compare in una prammatica del 1735 che autorizzava otto case da gioco a Napoli; nell’Ottocento la Bella Società Riformata le diede statuti e gradi. È un fenomeno urbano, fatto di gruppi che nascono, si dividono e si combattono: non ha mai avuto un vertice unico.

Cosa Nostra è siciliana e territoriale: una famiglia per zona, con un capo per famiglia e un organismo di coordinamento chiamato Commissione o Cupola. Il nome interno lo conosciamo da fuori: nel 1963 il collaboratore americano Joe Valachi disse davanti al Senato degli Stati Uniti che gli affiliati non dicevano «mafia», ma «Cosa Nostra».

La ’ndrangheta calabrese è oggi la più ricca. La sua forza è anagrafica: si entra per nascita o per matrimonio, e tradire significa tradire i propri fratelli. Per questo ha prodotto pochissimi collaboratori di giustizia rispetto alle altre, e per questo controlla una quota enorme della cocaina che arriva in Europa. Il nome deriva probabilmente dal greco andragathía, «virtù dell’uomo valoroso»: le organizzazioni si raccontano sempre con parole nobili.

La Sacra Corona Unita è la più giovane: nasce il 1° maggio 1983 nel carcere di Bari, fondata da Giuseppe Rogoli per impedire alla camorra di Raffaele Cutolo di prendersi la Puglia. Il paradosso è che, costruita senza vincoli di sangue forti, ha generato oltre duecento pentiti, il numero più alto fra le mafie italiane.

Parole utili

affiliato, vertice, anagrafico, tradire, pentito

Per parlare

  1. Quale differenza fra le quattro organizzazioni ti sembra più importante?
  2. Perché un’organizzazione basata sulla famiglia è più difficile da colpire?
APPROFONDIMENTO

Come le mafie sono uscite dall’Italia

Emigrazione, porti e cocaina

Le mafie hanno viaggiato con le persone. Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento milioni di italiani partirono per le Americhe, e con loro alcuni affiliati: negli Stati Uniti nacque un’organizzazione autonoma, con propri capi e proprie regole, che il cinema avrebbe reso famosa in tutto il mondo.

Il salto vero è arrivato con la droga. La ’ndrangheta ha costruito rapporti diretti con i produttori sudamericani e usa i grandi porti come snodi: Gioia Tauro in Calabria, Anversa in Belgio. Oggi opera in più di trenta paesi.

La Germania ha capito di avere un problema il 15 agosto 2007, quando sei uomini furono uccisi davanti a un ristorante di Duisburg: era una faida calabrese, combattuta a mille e cinquecento chilometri da Reggio Calabria. Nel maggio 2023 l’operazione Eureka ha coinvolto otto paesi europei, con propaggini in Brasile e in Australia: oltre cento arresti e tre tonnellate di cocaina.

Anche dentro l’Italia la geografia è cambiata. La relazione della Direzione investigativa antimafia del 2024 conta almeno quarantotto «locali» di ’ndrangheta nelle regioni del Centro-Nord, dove il metodo non è la sparatoria ma il prestito: si entra nelle imprese in difficoltà di liquidità e se ne esce proprietari.

Parole utili

snodo, faida, propaggine, liquidità, prestito

Per parlare

  1. Perché un porto è così importante per un’organizzazione criminale?
  2. Che cosa rende difficile accorgersi di una mafia che non spara?
APPROFONDIMENTO

«Mafia buona, Stato cattivo»: che cosa dicono i numeri

Una domanda che molti studenti fanno

La domanda è legittima, perché il luogo comune esiste. La risposta, però, non la danno le impressioni: la danno i sondaggi. Nel 2026 il 50 per cento degli italiani metteva le mafie fra i problemi più urgenti del paese, il 70 per cento riconosceva che ormai non sono un fatto meridionale ma europeo, il 73 per cento le descriveva come organizzazioni di manager e non di campieri. Nessuna maggioranza le considera un bene.

Esiste però una seconda cifra, e va letta insieme alla prima: l’83 per cento degli italiani ritiene che la politica nazionale abbia favorito le organizzazioni criminali, e il 55 per cento giudica negativamente l’azione dello Stato. Non è ammirazione per la mafia: è sfiducia nelle istituzioni. Sono due cose diverse, e confonderle è l’errore più frequente.

Resta un fondo di verità nel luogo comune, ma riguarda i territori, non le opinioni. Dove lo Stato è più assente — servizi lenti, lavoro scarso, credito impossibile — i clan offrono un prestito immediato, un posto, una mediazione. Chi accetta non li ama: dipende da loro. Gli studiosi lo chiamano consenso passivo, e si combatte con scuole e servizi prima che con le manette.

Il movimento contrario, del resto, è vastissimo e poco raccontato all’estero. Nel 1995 don Luigi Ciotti ha fondato Libera; nel 2004 a Palermo alcuni ragazzi hanno creato Addiopizzo, con la frase «un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità»; oggi 1.132 realtà sociali coltivano terreni e gestiscono immobili confiscati alle mafie. Il 21 marzo, in una città diversa ogni anno, vengono letti in pubblico i nomi delle vittime innocenti.

Parole utili

luogo comune, sfiducia, mediazione, consenso, dignità

Per parlare

  1. Che differenza c’è fra ammirare un’organizzazione e dipendere da essa?
  2. Che cosa rende credibile uno Stato agli occhi di chi ci vive?
LAB

Le parole della mafia e dell’antimafia

Lessico da riconoscere nei giornali italiani

Pizzo è il denaro che si paga per «protezione». Omertà è il silenzio di chi sa e non parla. Cosca è il gruppo locale — la parola indica in origine il cuore compatto del carciofo, con le foglie strette intorno. Picciotto è l’affiliato giovane, boss o capo chi comanda, cupola l’organismo di vertice di Cosa Nostra.

Dall’altra parte c’è un vocabolario altrettanto preciso. Pentito è il termine giornalistico; la legge dice collaboratore di giustizia, e la differenza conta: non si chiede rimorso, si chiede la verità. Beni confiscati sono le case, le terre e le aziende tolte ai clan e restituite all’uso pubblico. Testimone di giustizia è invece chi denuncia pur non avendo mai fatto parte di nulla.

Attenzione a due espressioni che gli italiani usano spesso in senso figurato: fare il padrino e avere le mani in pasta. La seconda non significa necessariamente mafia, ma «essere dentro agli affari». Una terza, mafioso, è un’accusa grave anche fuori dal diritto penale.

Nota di lingua: in italiano si dice la mafia quando si parla del fenomeno, le mafie quando si parla delle organizzazioni reali, che sono diverse fra loro. I giornali italiani usano ormai quasi sempre il plurale, ed è una scelta di precisione, non di stile.

LAB

Che cosa cambia quando lo Stato c’è

Una legge, un processo, due date

Per quasi centovent’anni la mafia non era un reato: si poteva punire l’omicidio o l’estorsione, non l’appartenenza. Il cambiamento arriva nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre, che introduce l’articolo 416-bis del codice penale e soprattutto permette di sequestrare i patrimoni. Pio La Torre, che l’aveva proposta, fu ucciso il 30 aprile 1982; il generale Carlo Alberto dalla Chiesa il 3 settembre dello stesso anno. La legge passò dopo i loro funerali.

Su quella base nasce il maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie anche alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Si aprì il 10 febbraio 1986 in un’aula bunker costruita in sei mesi accanto al carcere dell’Ucciardone e si chiuse il 16 dicembre 1987: 475 imputati, 346 condanne, 19 ergastoli, 2.665 anni di carcere. La Cassazione confermò tutto il 30 gennaio 1992.

La vendetta arrivò quell’anno: il 23 maggio 1992 a Capaci fu ucciso Falcone con la moglie e tre agenti della scorta, il 19 luglio in via D’Amelio Borsellino con cinque agenti. Fu il calcolo peggiore mai fatto da Cosa Nostra: da quelle stragi nacquero il 41-bis, una nuova generazione di magistrati e un movimento civile che non si è più fermato.

Il resto è cronaca recente: Totò Riina catturato nel 1993, Bernardo Provenzano nel 2006 dopo quarantatré anni di latitanza, Matteo Messina Denaro nel gennaio 2023 dopo trenta. Nessuno dei tre è stato preso in un altro continente: erano tutti in Sicilia, a pochi chilometri da casa.

Fonti

Fonti usate

Per approfondire

Arcangelo Dimico, Alessia Isopi, Ola Olsson, Origins of the Sicilian Mafia: The Market for Lemons, «The Journal of Economic History», 2017.

Isaia Sales, Le parole della madre di tutte le mafie: la camorra, Treccani.

Ipsos, Mafia in Italia 2026: percezione, urgenza e nuove forme secondo gli italiani, 2026.

Direzione investigativa antimafia, Relazione annuale 2024, sintesi.

ANSA, Operazione Eureka: maxi operazione contro la ’ndrangheta in tutta Europa, 3 maggio 2023.

Libera, Beni confiscati e riutilizzo sociale, rapporto 2025.

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